Warawa e wacchi

13 09 2009

NagLa letteratura giapponese contemporanea e, di conseguenza, manga e anime, fanno largo uso di dialetti e di linguaggi in stile classico. Decisamente molto di piu’ di quanto avvenga nel panorama italiano (se per i libri ci sono ancora alcuni scrittori che utilizzano parlate vernacolari, queste sono quasi totalmente assenti nei disegni animati e nel fumetti prodotti nel nostro paese). Vero e’ che anche da noi esistono romanzi scritti in dialetto, ma generalmente sono rivolti ad un pubblico determinato e circoscritto (ad esclusione di eccezioni eccellenti come i libri di Camilleri), mentre nel caso del Giappone le numerose opere che utilizzano questi linguaggi sono diffuse e apprezzate su tutto il territorio dell’arcipelago nipponico. Risulta purtroppo molto difficile, se non impossibile, rendere in altre lingue alcune particolarita’ che vivacizzano i personaggi mantenendo lo stesso sapore che hanno nell’originale. Ad esempio, il tipo di linguaggio usato dei jidaimono, storie ambientate nel medioevo, ricalca quello usato nei tempi a cui fanno riferimento, suddividendosi inoltre ulteriormente a seconda della regione dove sono collocati gli eventi. Un po’ come se noi in un fumetto ambientato nel Rinascimento avessimo personaggi che parlino con una lingua basata su quella degli autentici testi dell’epoca o con un idioma di antico italiano semi-immaginario come quello dei due Brancaleone di Mario Monicelli.
HolI manga comici impiegano spesso il dialetto di Osaka e del Kansai (quello utilizzato anche da molti comici dal momento che viene considerato particolarmente divertente), per questo molte persone che studiano la lingua giapponese rimangono perplesse e incontrano molte difficolta’ quando vi si trovano davanti. Per i lettori giapponesi e’ assai divertente che i due alieni di Dr. Slump & Arale di Toriyama Akira usino il dialetto di Nagoya. Fatto che ovviamente passa del tutto inosservato nella traduzione italiana…
Recentemente, due protagoniste di opere di successo come Nagi del manga Kannagi di Takanashi Eri e Holo del ciclo di romanzi di Okami to koshinryo hanno suscitato l’interesse del pubblico anche per il modo di esprimersi che rappresenta una parte essenziale del loro carattere. Mentre Nagi, un’antica dea, utilizza un giapponese quasi arcaico (e’ interessante notare come la sigla finale dell’anime riprenda proprio le parole di una preghiera scintoista norito e sia cantata in giapponese classico!) e usa, per dire, al posto dell’odierno “watashi” (io) il vocabolo “warawa” che nel Periodo Heian era pronunciato dalle ragazze giovani, Holo si serve, a cominciare dal termine “wacchi” (io) per indicare se stessa, del linguaggio delle cortigiane oiran del Periodo Edo.
Certo una buona storia rimane indubbiamente tale anche in traduzione, ma e’ estremamente difficile rendere questo tipe di sfumature ricche e complesse.

Immagini: quarto volume di Kannagi di Takenashi Eri edito dalla Comic REX e nono volume di Okami to koshinryo di Hasekura Isuna edito dalla Dengeki Bunko





Emakimono, ukiyo-e e illustrazione contemporanea giapponese

1 09 2009

MGGFinalmente lo possiamo annunciare ufficialmente!
Frutto di un gruppo di professionisti e appassionati di arte orientale piemontesi congiuntamente ad esperti giapponesi, nascono le due mostre del progetto MGG (Mostre di Grafica Giapponese) che si propongono, caso unico a livello mondiale, di presentare un percorso di sviluppo dei temi della grafica giapponese a partire dagli emakimono, per poi passare agli ukiyo-e e infine alla illustrazione contemporanea con sette artisti rappresentativi del genere, rendendo cosi’ evidente come anche i manga e gli anime, oggi tanto popolari in molti paesi, non siano un prodotto del caso, ma il risultato di una lunga evoluzione durata piu’ di un millennio.
Shuten Doji emaki - Ugo MondazziDal 3 al 18 ottobre 2009 nello spazio espositivo creato dall’architetto Carlo Pellegrino dell’Isola di San Rocco al Ponte delle Ripe a Mondovi’ (CN) e con il sostegno dell’Associazione Porti di Magnin e dell’Istituto Giapponese di Cultura verranno esposti per la prima volta al pubblico gli emakimono della collezione Ugo Mondazzi, tra cui il ciclo completo dello Shuten Doji emaki composto di tre rotoli da sei metri ciascuno datati tra il 1650 e il 1750, vari frammenti di altri emaki e la parte scritta dello Moko shurai ekotoba nella mostra dal titolo Emakimono, immagini dalla narrativa classica giapponese.
ABe Yoshitoshi3Successivamente, dall’14 gennaio al 14 febbraio 2010, nella mostra Dall’ukiyo-e all’illustrazione contemporanea: la grande grafica giapponese nelle sale dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino verrano esposti una cinquantina di ukiyo-e e circa un totale di centosettanta illustrazioni di ABe Yoshitoshi, Kugatsuhime, Takada Akemi, Takada Minae, Terada Katsuya, Tsukishiro Yuko, Yamada Akihiro (tutte opere originali) sancendo per la prima volta a livello accademico e artistico piu’ alto il valore dell’illustrazione contemporanea nipponica. La qualita’ artistica dell’operazione e’, infatti, garantita dal fatto stesso che sia presentata nei prestigiosi ambienti dell’Accademia Albertina di Belle Arti e che abbia il sostegno della Japan Foundation. Ovviamente, il tutto e’ stato possibile grazie a partner e sponsor, nonche’ ai numerosi sostenitori dei due eventi, il cui ruolo e’ stato fondamentale.
Inoltre, nel corso della mostra di Torino si terranno all’Accademia Albertina conferenze e lezioni pubbliche ad essa legate con un convegno dal titolo Tra letteratura e arte con ospiti non solo italiani, ma anche provenienti dal Giappone.
Per ulteriori notizie tenete d’occhio il sito ufficiale che verra’ aggiornato costantemente. Punto importante, in modo da permettere a tutti di usufruire della possibilita’ di vedere  le due mostre, l’ingresso sara’ gratuito.
Le due mostre saranno il primo passo di quello che sara’ un progetto di piu’ ampio respiro.
Anche su Facebook.

Immagini: Shuten Doji emaki della Collezione Ugo Mondazzi e illustrazione di ABe Yoshitoshi





Basket e SF

23 08 2009

basqL’accoppiata basket e fantascienza non e’ del tutto nuova per quanto riguarda il Giappone. Viene subito in mente il manga Buzzer Beater di Inoue Takehiko successivamente trasposto in anime.
Tuttavia la recente serie di animazione Basquash! presenta numerosi punti che la rendono uno dei prodotti piu’ innovativi dell’ultimo periodo, al contempo essendo un ottimo lavoro di SF.
E’ innegabile che lo scambio di esperienze tra animatori giapponesi e francesi e’ riuscita a dare un tocco decisamente differente da quello che si vede in altre animazioni. Salta subito all’occhio qualcosa di famigliare ai lettori di fumetti d’autore europei (soprattutto belgi e francesi). I palazzi e gli sfondi non sono quelli delle citta’ ultramoderne giapponesi dagli alti grattacieli di acciaio, ma invece le basse costruzioni tipiche delle citta’ europee in mattoni. Thomas Romain e la sua equipe che si sono occupati dell’ original concept, art director, mechanical concept design e key animation hanno infatti infuso in Basquash! il meglio della tradizione del loro paese quali la grande paesaggistica presente nei cartonati francesi. Inoltre il regista Itagaki Shin ci ha messo del suo. In Basquash! c’e’ un atmosfera internazionale in genere meno presente nei manga e negli anime giapponesi dove la presenza di protagonisti stranieri e’ sempre limitata di numero e ridotta a un ruolo secondario (anche se poi ci sono notevoli eccezioni come Michiko e Hacchin). Qui invece abbiamo un personaggio come Miyuki Ayukawa che, a dispetto del nome, e’ chiaramente di origine africana o come Sela D. Miranda che ha le caratteristiche di una ragazza sudamericana. Man mano che gli episodi proseguono la psicologia dei protagonisti viene delineata con estrema cura svelando particolari, come per Iceman Hotty, che spiegano i loro atteggiamenti. Nel frattempo quella che pareva una storia relativamente semplice si amplia in una serie di colpi di scena ognuno dei quali apre una nuova dimensione costruendo cosi’ una costruzione affascinate e piu’ complessa di quello che inizialmente si poteva supporre e dando vita ad un bizzarro mondo sostenuto sull’essenza del basket quale origine della vita stessa in quanto giocato dagli dei stessi nell’atto della creazione dell’universo. In bilico tra space opera e steam punk con punte nell’hard SF, altalenante tra intrigo e racconto romantico, le avventure dell’impaziente Dan JD e dei suo compagni ci ricordano in qualche maniera la versione moderna dei personaggi delle storie di Salgari e di Verne. Come non vedere nel sistema di viaggio verso la luna che consiste letteralmente nell’essere sparati all’interno di una palla verso il satellite un divertito omaggio al Barone di Munchausen e a Viaggio nella Luna? Strizzatina d’occhio poi allo street basket americano, qui dagli esiti esageratamente distruttivi e al contempo comici visto che viene giocato con robot alti diversi metri chiamati “Big Foot” i quali altro non sono che delle automobili a cui sono state aggiunte braccia e gambe. Indossano enormi scarpe da ginnastica disegnate appositamente dalla Adidas per questa serie divenendo forse il primo esempio di sponsorizzazione di un prodotto all’interno di un anime.
Ottima CG poco invasiva si accompagna ad un azzecato uso di colori pastello per i personaggi. Il tutto arricchito da un’eccellente colona sonora che varia spesso durante l’intera serie. Le stesse sigle di chiusura sono una sperimentazione in quanto, dopo i primi episodi, variano struttura in maniera considerevole.
Basquash! rappresenta un’evoluzione importante degli anime con apporti maggiormente internazionali rispetto al passato e un promettente preludio verso il futuro dell’animazione. Qui e qui un esempio per farsi un’idea piu’ concreta.





Star Wars-episodio IV e il boom della fantascienza giapponese

2 08 2009

Riporto qui il testo che ho scritto per la mostra di apertura del Mu.Fant su Star Wars (dal 30 giugno al 30 luglio). Mi era stato richiesto di parlare degli sviluppi e dell’influenza della pellicola di George Lucas in Giappone…

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Star Wars-episodio IV e il boom della fantascienza giapponese
di Massimo Soumaré

CWBCome è avvenuto per altre nazioni del mondo, Star Wars ha rappresentato un punto importante anche per la fantascienza nipponica. In Giappone Star Wars-episodio IV è infatti arrivato nel 1978, un anno dopo l’uscita negli USA, ottenendo da subito un grosso successo, in questo caso aiutato da una congiunzione di eventi favorevoli sviluppatosi in maniera indipendente all’interno della nazione asiatica. Era quello un periodo particolarmente propizio al boom della SF nel paese orientale; la serie animata di Uchû senkan Yamato (Corazzata spaziale Yamato/Star Blazers)– sostanzialmente una space opera – trasmessa in televisione nel 1974 sulla Yomiuri TV e ulteriormente trasposta in un film per le sale cinematografiche proprio nel 1977 stava godendo di un’immensa popolarità presso il pubblico. La casa di produzione della Toho, conscia sia del successo che internazionalmente stava conquistando il film di George Lucas sia dei risultati ottenuti a livello nazionale da Uchû senkan Yamato, decise di sfruttare la situazione a proprio vantaggio ed iniziò quindi immediatamente i preparativi per la produzione di Wakusei daisensô (La grande guerra dei pianeti/The War in the Space) diretto dal veterano Fukada Jun (1923-2000), noto per essere stato il regista di numerosi film della serie di Gojira/Godzilla e pellicole a tema fantascientifico, riuscendo in questo modo a farlo uscire nelle sale nel mese di gennaio del 1978 – Star Wars arriverà nei cinematografi dell’arcipelago solo nell’estate di quell’anno.

L’altra grande casa di produzione nipponica, la Toei, non perse tempo realizzando velocemente un proprio film, Uchû kara no messêji (Messaggio dallo spazio/Message from Space), la cui direzione fu affidata a Fukasaku Kinji (1930-2003), regista famoso per i suoi film sulla Yakuza, la mafia giapponese, e che in Occidente è soprattutto conosciuto per aver recentemente diretto il film Batoru Rowaiaru (Battle Royale).

Anche Uchû kara no messêji, oggi un vero cult movie tra gli appassionati, riesce ad anticipare Star Wars arrivando nelle sale ad aprile del 1978. A curare il progetto originale era stato chiamato il leggendario mangaka Ishinomori Shôtarô (1938-1998), creatore di veri classici della fantascienza a fumetti nipponica quali Cyborg 009 e Kamen Raider.

Liberamente ispirato al capolavoro del periodo Edo (1603-1867) Nansô Satomi Hakkenden (La leggenda degli otto cani guerrieri), composto nell’edizione moderna della casa editrice Iwanami di ben dieci volumi, e scritto da quello che è il più grande romanziere del periodo Edo, Kyokutei Bakin (1767-1848), Uchû kara no messêji annovera tra gli interpreti principali due attori destinati ad una futura brillante carriera: quel Chiba Shin’ichi conosciuto internazionalmente con il nome di Sonny Chiba, magistrale interprete di film di arti marziali visto anche nel ruolo di Hattori Hanzô in Kill Bill di Quentin Tarantino, e Sanada Hiroyuki il quale ha recitato, tra l’altro, in Ring del regista di Nakata Hideo e in The Last Samurai di Edward Zwick.

Nansô Satomi Hakkenden non è ovviamente una storia di SF trattandosi invece di un racconto epico ricco però di elementi fantastici incentrato sulle vicende di otto samurai; è da notare comunque come ci sia una forte presenza di temi legati alla lealtà e all’onore, al confucianesimo e al buddhismo.

E se pensiamo agli elementi che contraddistinguono alcuni personaggi e situazioni del primo Star Wars, non pare un caso che la casa di produzione del Sol Levante abbia scelto il lavoro di Kyokutei Bakin. Probabilmente in esso ha trovato numerosi aspetti che potevano sovrapporsi perfettamente a quelli dell’opera di Lucas facendo sì che la loro pellicola fosse in grado di godere di un buon successo tra gli spettatori. A ben guardare, in Obi-Wan Kenobi, nome che già foneticamente parrebbe giapponese, non ritroviamo forse la semplicità di vita e la saggezza di un monaco Zen? Che dire poi dei cavalieri Jedi i quali possiedono l’etica dei cavalieri medievali europei, ma al contempo la rigida disciplina dei bushi, i guerrieri nipponici? Meglio poi tralasciare tutto il discorso sulla forza che trova parallelismi in molte filosofie orientali a partire dal concetto cinese dello Yin e dello Yang. Meriterebbe una dettagliata trattazione a parte…

Ma la Toei non si limita al solo film producendo successivamente a partire da luglio 1978 fino a gennaio dell’anno seguente la serie televisiva in ventisette episodi Uchû kara no messêji, ginga taisen (Messaggio dallo spazio: la grande guerra delle galassie) ambientata cento anni dopo gli eventi narrati nel lungometraggio e in cui sono inseriti elementi tipici dei telefilm di ninja (ci si rende facilmente conto di ciò osservando i vestiti «a rete» dei due eroi protagonisti e gli elmetti che ricordano i copricapo protettivi abitualmente associati alle figure dei guerrieri ombra). Nel ruolo del protagonista principale, Fantasma, ritroviamo Sanada Hiroyuki. Uchû kara no messêji, ginga taisen dal 1980 è stata anche trasmessa più volte su varie reti locali italiane con il titolo di Guerre fra galassie.

Qui i riferimenti a Star Wars sono ancora più evidenti. Soprattutto per via del robottino Tonto che non si può fare a meno di comparare con R2-D2 e dell’uomo scimmia Barû indubbiamente ispirato dal wookiee Chewbacca anche se, a differenza di quest’ultimo, Barû è capace di parlare un linguaggio umano comprensibile. Che queste due figure più di altri personaggi di Star Wars abbiano avuto una forte presa sull’immaginario dei giapponesi non deve sorprendere. I robot, in particolar modo quelli giganti, compaiono nella fantascienza autoctona del paese molto presto. Già nel 1956 il maestro mangaka Yokoyama Mitsuteru (1934-2004) inizia a pubblicare il fumetto Tetsujin 28 gô (Super Robot 28) che nel corso degli anni diventerà per ben due volte una trasmissione radiofonica a puntate, un telefilm e sarà più volte trasposto in disegni animati. Dal 1972 poi Nagai Gô fa uscire a puntate sulla rivista settimanale Shônen Jump le storie di Mazinga Z, il primo eroe della generazione dei robot combattenti pilotati dall’interno, portando queste macchine enormi, la tecnologia e la scienza, ammantata però di uno sviluppo narrativo vicino a quello del romanzo d’avventura, ad essere uno degli elementi principali dell’immaginario fantascientifico comune dell’arcipelago. In Giappone, non dimentichiamolo, i «tokusatsu» (telefilm a sfondo fantascientifico con effetti speciali) conoscevano un grande successo tra il pubblico giovanile già dalla metà degli anni sessanta. Nel 1966 era cominciata la trasmissione della serie di Ultraman, un eroe che si trasforma in un guerriero colossale per proteggere la terra da mostri alieni e che ancora oggi è uno dei personaggi più popolari di tutta l’Asia, dal 1971 erano stati trasmessi i telefilm di Kamen raider basati sull’opera omonima del già citato Ishinomori Shôtarô in cui il protagonista mutato in un cyborg si batte contro organizzazioni criminali e nel 1975 aveva visto la luce il sottogenere del «sûpâ sentai» (lett. «super squadre combattenti») – gli «americani» Power Rangers noti anche in Italia sono basati proprio su questo genere – con il telefilm Himitsu sentai Gorenjâ (Squadra segreta Goranger).

Se la fantascienza letteraria in Italia viene ufficialmente introdotta abbastanza tardi, solamente nel 1952 tramite la collana della Mondadori Urania, in Giappone uno dei padri della fantascienza nipponica, Unno Jûza (1897-1949), già negli anni trenta si dedicava attivamente a questo filone. Negli anni settanta, poco prima dell’uscita di Star Wars, erano inoltre nel pieno della loro attività Hoshi Shin’ichi (1926-1997), Komatsu Sakyô e Tsutsui Yasutaka, scrittori di fantascienza ormai entrati a pieno diritto nel novero dei più importanti autori della letteratura contemporanea del paese.

È pertanto naturale che il robot R2-D2 trovi nell’arcipelago l’ambiente ideale dove essere apprezzato da un pubblico ormai particolarmente ricettivo a film e telefilm di SF.

HanIl medesimo discorso fatto per R2-D2 vale per Chewbacca. La tradizione orientale ha almeno due esseri dalle fattezze scimmiesche che ricoprono un ruolo importante in quanto compagni-servitori-protettori dell’eroe principale. Si tratta dell’indiano Hanuman del grande poema epico indiano Ramayana (IV-III secolo a.C.) che aiuta il signore Rama a liberare sua moglie Sita e dello scimmiotto di pietra Sun Wukong (conosciuto in Giappone con il nome di Son Gokû) del romanzo Xi You Ji (Viaggio in Occidente; in giapponese chiamato Saiyûki), uno dei classici della letteratura cinese scritto da Wu Cheng’en (1504?-1582?) molto noto e amato anche nel Sol Levante, il quale deve proteggere il monaco buddhista Sanzang (in giapponese Sanzô) nella sua ricerca delle sacre scritture. Alcuni ritengono che Sun Wukong potrebbe essere un’elaborazione della più antica figura di Hanuman.

Esiste un legame tra le coppie Rama-Hanuman, Sanzang-Sun Wukong e Han SunSolo-Chewbacca? L’accostamento potrebbe sembrare eccessivo, ma certo Han Solo dei personaggi di Star Wars è quello più legato all’archetipo classico dell’eroe che cambia da ribelle a difensore di un nuovo ordine, da impulsivo e spavaldo a uomo saggio, guidato in questo cambiamento anche da un Chewbacca il quale svolge un ruolo di coscienza critica nei confronti dell’amico.

In conclusione, il ciclo di Star Wars in Giappone è stato da subito molto apprezzato sia perché presentava, come abbiamo appena visto, elementi in qualche modo riconducibili alla tradizione e alla letteratura del paese – la ribellione contro l’Impero trova, ad esempio, eco in quella presente nell’altro grande classico cinese amatissimo pure nell’arcipelago nipponico, lo Shui Hu Zhuan (Storia in riva all’acqua; in giapponese chiamato Suikoden, in Italia è uscito con il titolo I briganti per l’Einaudi. Il fumettista italiano Magnus, 1939-1996, ne ha pure tratto un’eccellente adattamento a sfondo fantascientifico a partire dal 1973) di Shi Naian (1296?-1372?), dove i centotto fuorilegge protagonisti si battono contro le angherie e la corruzione del governo della corte imperiale –, sia perché nella terra del Sol Levante in quel periodo si era in una vera e propria età dell’oro per la fantascienza letteraria, televisiva e cinematografica.

Innegabile è l’impatto che Star Wars ha avuto sulle contemporanee e successive produzioni giapponesi, ma è da notare come già originariamente Lucas e il suo staff si siano a loro volta ispirati non poco all’Oriente. Ciò risulta ancor più evidente se andiamo ad analizzare le pellicole della saga di Star Wars successive all’episodio IV e i vari prodotti multimediali ad esse collegate. Le connessioni, esplicite o nascoste che siano, con la cultura indiana, cinese e giapponese si sono man mano rafforzate – viene qui subito in mente il trucco del viso e l’abbigliamento della regina Padmé Amidala e gli oscuri Sith di Star Wars-episodio I – in un continuo gioco di rimandi e di influenze reciproche.

Certo anche in Giappone e in Cina ci sono state, e ci sono pure oggi, forti polemiche tra letterati e studiosi del genere fantastico riguardo al dubbio se Star Wars sia una space opera di fantascienza o, piuttosto, un racconto di avventura semplicemente mascherato da SF, tuttavia queste discussioni interessano poco al grande pubblico che continua a essere affascinato dalla fiaba creata da George Lucas.

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Immagini: Chewbacca, Hanuman e Sun Wukong